La figura archetipicamente asburgica del padre di Mariano, Domenico – originario di Fianona/Rabaz, piloto o meglio “nocchiero” di porto a Trieste ma anche nella remota isola di Arbe agli albori della “prima guera”, o quella dello zio Zammaria, con la sua montura (divisa) austroungarica e i suoi baffi alla maniera di Francesco Ferdinando, unite a quella della pia e determinata madre originaria dell’isola di Cherso rappresentano già uno scenario inconfondibile, lo sfondo di tante delle storie delle vece province (cioè dei territori costieri dell’Impero asburgico) ideate dal duo.
Ma il quadro non potrebbe essere completo senza il versante carpinteriano, che completa il “Portolano” adriatico di C&F – e Portolano era, in effetti, uno dei nomi del loro varietà radiofonico, trasformato in Bortolano con l’invenzione dell’aedo Bortolo – allungando il cabotaggio delle Maldobrie fino alle bocche di Cattaro e oltre. La lontana origine della famiglia risale alla comunità ebraica di Spalato, dove era nata la bisnonna Bellina (Lina) Macchioro, la cui peculiare parlata approda a Trieste attraverso il filtro della cadenza corfiota del marito della figlia Irene, Elio Mordo, che come molti suoi correligionari aveva lasciato Corfù per sfuggire alle persecuzioni ed aveva finito per essere inghiottito dalla macchina di sterminio nazista. Alla deportazione e alla morte, destino che tocca anche ad altri membri della famiglia, sfugge invece la madre Vittoria che sposa Vito Carpinteri, siciliano di Siracusa entrato a Trieste con l’esercito italiano nel 1918.
Su questa base si innesta l’esperienza dei due, nati entrambi nel 1924, che si incontrano, ventenni, presso la sede del giornale studentesco “Caleidoscopio” nel 1945, venendo l’uno – Carpinteri – da un lungo periodo di clandestinità fra Trieste e Cortina e l’altro – Faraguna – dalla Resistenza nella brigata partigiana “bianca” Osoppo. Per non dividersi più. La loro collaborazione, singolare forma di complementarità intellettuale e artistica, attraversa oltre cinquant’anni di redazione della “Cittadella” e di lavoro comune presso il “Piccolo” con diversi incarichi, quasi altrettanti di “varietà” radiofonici, decine di libri e opuscoli in prosa e in versi e quasi venti spettacoli teatrali, e arriva alle soglie della morte, sopraggiunta per Faraguna nel 2001 e per Carpinteri nel 2013. Un alchimia descritta sicuramente in modo troppo generoso da Lino Carpinteri come interazione fra una mente (Faraguna) e un braccio (lui stesso), là dove il loro inimitabile metodo di lavoro ci viene descritto da diversi testimoni – Decio Gioseffi, Tullio Kezich e altri – come un ping pong di idee e aggiustamenti progressivi fino a un climax di reciproca soddisfazione suggellato da una risata.