Quello teatrale è un altro ambito di straordinario successo dell’attività della “Premiata Ditta” C&F. Il cosiddetto ciclo delle Maldobrie, andato in scena nella prima metà degli anni Settanta – Le Maldobrie (1970), Noi delle vecchie province (1972), L’Austria era un paese ordinato (1974) – porta al Politeama Rossetti non meno di sessantamila persone lungo una teoria di quasi ottanta repliche complessive.
Un successo che non viene meno e, anzi, si prolunga e si rinnova con la successiva stagione legata alla Compagnia La Contrada e al Teatro Cristallo, sul cui palcoscenico Carpinteri e Faraguna esordiscono nel 1986 con Due paia di calze di seta di Vienna, liberamente tratta dal vaudeville ottocentesco Les surprises du divorce di Alexandre Bisson e Antony Mars trasposto all’epoca della Fiume dannunziana “divorzista”. L’opera ottiene un gran successo che è all’origine delle numerose riprese (fra cui la straordinaria “tournèe” australiana nel 1993) e delle successive produzioni, tutte legate in qualche modo al mondo geografico, linguistico e culturale adriatico, istriano e dalmata, che diventa una specie di marchio di fabbrica della loro opera: Un biglietto da mille corone (1987); Marinaresca (1988); Co’ ierimo putei (1989); Sette sedie di paglia di Vienna (1991); Putei e putele (1992); Pronto, mama…? (1993).
Gli esordi teatrali del duo, tuttavia, pescano nella loro cultura scolastica che li porta a realizzare due adattamenti di classici antichi: Le donne al parlamento di Aristofane (ibridato nel finale con una citazione da Lisistrata, del medesimo autore), portato in scena al Rossetti nel 1964 e Aulularia di Plauto, nel ‘66. A questo gusto per il teatro classico non è estranea neanche la complessa operazione linguistica e culturale che Faraguna e Carpinteri mettono in atto con la “prima versione italiana” della commedia Dundo Màroje di Marino Darsa (Marin Držić secondo la dizione croata), intellettuale di Ragusa (odierna Dubrovnik) attivo nel ‘500. I nobili ragusei, portato in scena al Rossetti nel 1969, ha intrinseche caratteristiche carpinteriefaraguniane: viene da un’area dalla quale la stessa famiglia Carpinteri è originaria; è scritto in un linguaggio illirico a base croata – surrogato dal dialetto raguseo nella trasposizione – che gioca con il prezioso e supponente (e quindi falso) italiano dei personaggi romani; infine, nel celebre Prologo del Negromante, istituisce una fondamentale distinzione fra uomini veri (ljudi nazbilj) – «benigni, quieti, savii e giudiziosi» – e uomini falsi (ljudi nahvao) – avidi, violenti, sciocchi e, naturalmente, prolifici – che risponde bene al peculiare moralismo, autenticamente sentito e vissuto, di Carpinteri e Faraguna. Una fedeltà a un tipo umano retto e onesto, e per questo lontano da potere e da ricchezza, che si ritrova anche nella successiva trasposizione de Il capitano di Köpenick del drammaturgo tedesco Carl Zuckmayer, portata in scena da Renato Rascel nel 1973 e perfino nell’ultimo lavoro del duo, Locanda Grande (1994), rivisitazione della Locandiera di Goldoni trasportata alla Trieste del 1914.